Un caro saluto a tutti, colleghi e non solo.

Questa della foto in alto sono io.

Mi chiamo Giulia Billi.

Sono nata a Prato e da circa due anni vivo a Milano.

Sono una Operatrice Socio Sanitaria.

Lavoro come Caregiver formale privatamente presso una famiglia.

Mi prendo cura di una bambina con limitazioni fisiche.

Da oggi, 19 Ottobre 2019 curerò la Rubrica Oss di questo blog, dove pubblicherò articoli e notizie relative al mondo degli OSS e dell’ambito socio-sanitario.

Per contattarmi potete scrivermi a:  giulia.billi91@gmail.com

                                        Articolo n. 9 del 1 Febbraio 2020

L’ANZIANO IN RSA: L’IMPORTANZA DI ESSERE UN OSS

La RSA è una Residenza Sanitaria Assistenziale destinata ad accogliere, 24h su 24, in modo permanente o per brevi periodi, di norma, anziani non autosufficienti parziali o totali con limitazioni fisiche, come un anziano emiplegico, con limitazioni psichiche, un anziano affetto dal morbo di Alzheimer, con limitazione sensoriali, un anziano cieco.

Con l’avanzare dell’età le persone possono anche presentare tutte e tre le limitazioni.

LA RSA diventa una nuova casa, ma non tutti riescono ad accettare facilmente questa nuova sistemazione.

Impossibile biasimarli.

Se da un lato la persona non deve preoccuparsi di mantenere la casa in ordine e pulita, né di prepararsi i pasti, è vero anche che il proprio spazio viene gestito, ordinato, controllato da persone inizialmente estranee.

La persona non ha più il controllo della propria vita, ma deve trovare un punto di incontro tra le proprie esigenze e quelle di una struttura.

Purtroppo la propria privacy non è sempre garantita; molte strutture dispongono di un numero limitato di stanze con letto singolo, quindi molte persone devono condividere la propria stanza con uno/due/tre estranei.

E’ vero che si possono instaurare delle nuove relazioni, conoscenze, che aiutano a volte a scacciare la solitudine che può caratterizzare la vita di un anziano.

Infatti, normalmente, si cerca di organizzare stanze e tavoli per il pranzo in base alle esigenze, alle limitazioni dell’anziano per incentivare la relazione.

Tuttavia non è così semplice.

Generalmente, quando si parla di RSA, è luogo comune considerare l’ospite tipo, come un anziano affetto da demenza.

La realtà non è questa.

Ci sono anche persone con limitazioni fisiche, ad esempio, come detto, un anziano emiplegico oppure persone che in seguito ad una frattura non sono più in grado di deambulare autonomamente, ma necessitano di un ausilio.

Ci sono strutture che organizzano i reparti in base alle limitazioni dell’anziano; ci sono invece altre strutture che hanno reparti misti.

Proviamo quindi ad empatizzare con un anziano con limitazioni motorie, che condivide i propri spazi con un anziano affetto dal morbo dall’Alzheimer.

La vita li mette, anzi ci mette, di fronte ad una cruda realtà: un giorno potremmo essere noi quelle persone che non sono più in grado di ricordare chi sono i propri figli, di non saper più che cosa sia un cucchiaio e quale sia la sua funzione, di non essere più in grado di espletare l’igiene autonomamente, di dover portare un presidio assorbente per protezione perché non si è più in grado di riconoscere lo stimolo per urinare ed evacuare.

Esaminando quindi la mattinata tipo di un anziano in RSA, si capisce quanto sia importante la figura dell’OSS all’interno di queste strutture.

L’OSS fa parte di un’equipe di professionisti, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale per la professione esercitata.

Tuttavia l’OSS è la persona più a stretto contatto con l’ospite nell’arco delle 24h.

L’OSS inizia, di norma, la sua attività lavorativa alle 7 di mattina seguendo un preciso piano di lavoro.

Innanzitutto si entra nella stanza dell’ospite per svegliarlo, aiutarlo nell’igiene parziale stimolando le capacità residue per poi alzarlo in attesa della colazione.

E’ una situazione e che può essere davvero imbarazzante per una persona.

Il proprio corpo viene messo a nudo e toccato da un’altra persona, che pulisce anche le urine e le feci: che imbarazzo!!!

E non è mai la stessa persona tutti i giorni.

E’ un gesto che deve essere svolto con delicatezza, pudore, nel rispetto dell’intimità e della dignità di un essere umano.

In genere una volta a settimana, e quando necessario, la persona fa il bagno in vasca.

E’ di fondamentale importanza preparare l’acqua alla giusta temperatura, né troppo fredda né troppo calda rispettando le esigenze del paziente.

Bisogna lavare ed asciugare attentamente la persona con delicatezza: non è una superficie da sgrassare e lucidare.

Scegliere e far scegliere, ove possibile, accuratamente i vestiti da indossare.

Dare importanza alla pettinatura, ad una collana, ad un bracciale, agli orecchini, ad un foulard: sono persone.

Una volta alzati si è pronti per la prima colazione per raggiungere in seguito una sala comune in attesa dei trattamenti fisioterapici personalizzati e delle attività ludico-creative con animatori ed educatori.

Intorno alle 10 si beve un thè caldo in compagnia.

Alle ore 12 circa si pranza.

Per alcune persone può rappresentare un momento di grande disagio: essere imboccati.

Imboccare è una vera e propria arte, di cui tratterò in un altro articolo.

La persona viene poi accompagnata in bagno e nella stanza per riposare.

Termina così la prima parte della giornata. Concludo con una riflessione.

Non si può essere OSS senza passione; se tu fossi istituzionalizzato in una RSA, quale caratteristiche dovrebbe avere la persona che si prende cura di te?

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio ultimo articolo dal titolo: “6 CONSIGLI DA DARE AD UN OSS PER AFFRONATRE UN CONCORSO PUBBLICO”

puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/6-consigli-da-dare-ad-un-oss-per-affronatre-un-concorso-pubblico/

Se ti sei perso invece l’articolo: “L’OSS e la passione per il lavoro: un’eccezione?” puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-passione-per-il-lavoro-uneccezione/

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/1364-2/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/lignoranza-denigra-le-competenze-di-un-oss/

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

Per approfondimenti sulle leggi da studiare in vista di un concorso per OSS, ti consiglio di leggere il seguente articolo:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-legislazione-sociale-e-sanitaria-per-i-concorsi/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

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Grazie.

Giulia Billi OSS

Articolo n. 8 del 14 Dicembre 2019

SE FACCIO IL CORSO OSS, POI TROVO SUBITO LAVORO?

Ecco qua il mio nuovo articolo dal titolo: “Se faccio il corso OSS, poi trovo subito lavoro?”

E’ una riflessione scaturita in seguito alla lettura di molti post, commenti presenti nei vari siti, pagine facebook, blog.

La domanda, dalla quale questo articolo nasce, è la seguente: “Se faccio il corso OSS, poi trovo subito lavoro?”

I mutamenti sociali degli ultimi decenni hanno portato a variazioni demografiche che hanno contribuito a un progressivo invecchiamento della popolazione. Cambia così anche l’occupazione lavorativa. Negli anni a venire ci sarà sempre più bisogno di quelle figure professionali sempre più in grado di assistere gli anziani, una tra questa è la figura dell’OSS.

Sicuramente il lavoro non mancherà, ma in Italia esiste una triste realtà. Purtroppo in alcune strutture non viene riconosciuto il vero valore di un OSS, quindi il dipendente è sottopagato.

Analizziamo il perché: L’OSS può lavorare sia nel settore pubblico sia in quello privato. In entrambi i casi, ad esempio nel settore sanitario, il rapporto tra datore di lavoro e dipendente è regolamentato dal cosiddetto CCNL.

E’ il contratto collettivo nazionale che regola molti aspetti lavorativi, uno di questi è la retribuzione.

Nel settore pubblico questo contratto regola equamente la retribuzione di una determinata categoria di operatori.

A prima assunzione, nella sanità pubblica, rientrando nella categoria B, livello economico “s”, l’OSS percepisce una retribuzione minima mensile di 1.479,00 euro circa.

Come si sa, la retribuzione varia in base al numero di notti fatte, indennità, anzianità di servizio, figli a carico, ecc..

Nel settore privato purtroppo, la realtà spesso non è questa, perché ci sono delle condizioni che permettono ad un privato di variare la retribuzione minima mensile.

Ci sono testimonianze di OSS che prendono intorno ai 1.400,00 euro o poco più a prima assunzione, altri invece che prendono 1.100,00 euro LORDI.

Trovare lavoro, non è, a parer mio difficile, ma trovare la situazione ottimale non è cosi semplice.

Molti infatti la pensano ancora come Checco Zalone, che dice: “Il posto fisso è sacro”.

Dalla domanda iniziale pertanto, scaturisce immediatamente un’altra riflessione.

Ognuno ha le sue motivazioni per scegliere un determinato lavoro.

Tuttavia la caratteristica che non dovrebbe mancare in queste professioni è la passione.

L’OSS svolge delle procedure assistenziali che senza passione diventano psicologicamente e fisicamente pesanti.

Prendersi cura delle fragilità, dell’intimità delle persone è un atto che richiede pazienza, gentilezza, amore, devozione.

Immaginiamo di essere noi stessi dei pazienti di un reparto ospedaliero oppure ospiti di una struttura sociale/socio-sanitaria: quale caratteristiche dovrebbe avere il professionista che si prende cura di noi?

Scegliere di diventare OSS solo perché si può trovare lavoro non sarebbe eticamente corretto, così come per tutti gli altri lavori.

Tuttavia un proverbio italiano dice: “Fare di necessità virtù”. Ci sono infinite motivazioni che portano a svolgere una determinata professione, ma se abbiamo scelto questo lavoro, smettiamola di lamentarci.

“Lamentarsi è come una sedia a dondolo. Ti tiene impegnato, ma non ti porta da nessuna parte”. Italo Cillo non poteva esprimere concetto migliore. Qualsiasi persona di qualunque professione ha almeno un motivo per lamentarsi.

Sta solo a quel professionista vedere il bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto.

Nessun lavoro è oggettivamente perfetto, c’è sempre qualcosa da migliorare, sta solo a te professionista renderlo perfetto.

Concludo con una frase di Confucio:” Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno in tutta la tua vita”.

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio ultimo articolo dal titolo: “6 CONSIGLI DA DARE AD UN OSS PER AFFRONATRE UN CONCORSO PUBBLICO”

puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

6 CONSIGLI DA DARE AD UN OSS PER AFFRONTARE UN CONCORSO PUBBLICO. Di Giulia Billi

Se ti sei perso invece l’articolo: “L’OSS e la passione per il lavoro: un’eccezione?” puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-passione-per-il-lavoro-uneccezione/

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/1364-2/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

“L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS. Di Giulia Billi

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

Per approfondimenti sulle leggi da studiare in vista di un concorso per OSS, ti consiglio di leggere il seguente articolo:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-legislazione-sociale-e-sanitaria-per-i-concorsi/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

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Giulia Billi OSS

Articolo n. 7 del 30 Novembre 2019

6 CONSIGLI DA DARE AD UN OSS

PER AFFRONATRE UN CONCORSO PUBBLICO

Se hai deciso di prepararti per un concorso pubblico per OSS, dai uno sguardo a questo articolo, perché potresti trovare qualche utile indicazione: soprattutto se è il primo concorso che affronti.

Ho chiesto a diversi OSS che lavorano per un’istituzione pubblica dei consigli da dare ai tanti colleghi che affrontano la fatidica sfida del concorso pubblico. Di seguito vi riporto il risultato delle loro risposte.

1) CARTA CANTA

Va premesso che l’accesso alla Pubblica Amministrazione, come stabilito dall’articolo 97 della Costituzione, avviene, ad eccezione dei casi previsti dalla legge, tramite concorso, a tempo determinato o indeterminato.

Va poi precisato che le modalità di svolgimento del concorsi pubblici per Operatore Socio Sanitario, sono disciplinati dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 220 del 27 Marzo 2001: “Regolamento recante la “disciplina concorsuale del personale non dirigenziale del Servizio Sanitario Nazionale”.

Leggi attentamente il bando per non trascurare alcuna informazione. Molte persone vengono scartate immediatamente dal concorso perché i documenti presentati sono incompleti o ci sono degli errori.

In un bando troverai:

  • Data di pubblicazione del bando e la data di scadenza per inviare la domanda di partecipazione
  • Intestazione della struttura, quindi la Regione per la quale si concorre
  • Numero dei posti messi a concorso
  • Tipo di contratto
  • Tipo di concorso: per soli titoli (la commissione designata valuta il curriculum vitae e il percorso formativo); per soli esami (la selezione avviene attraverso il superamento di una serie di prove); per titoli ed esami (il punteggio ottenuto è dato sia dal cv ed il profilo professionale, ma anche dalle varie prove d’esame).
  • Argomenti da studiare per il concorso
  • Requisiti generali e specifici necessari e da possedere per partecipare ai concorsi per OSS.
  • Documenti da allegare alla domanda di partecipazione e modalità di invio/spedizione
  • Altro

2) SAPERE E’ POTERE

Più sai e meglio è. Scegli i testi giusti per la tua preparazione. Non limitarti a studiare solo le materie di tua competenza, ma anche la cultura generale se richiesta dal bando. La maggior parte dei bandi prevede una prova preselettiva se il numero di domande presentate è molto elevato; molti quesiti sono di cultura generale. Ovviamente anche in questo caso le materie oggetto di un’eventuale preselezione vengono indicate nel bando. Per esempio nella preselezione del concorso di Brescia del 28 Novembre non c’erano domande di cultura generale. Ma il dato che interessa tutti o meglio quasi tutti è: su 1285 partecipanti soltanto 300 saranno ammessi alla prova successiva. Per questo è importante sapere più cose possibili, ma soprattutto leggere attentamente il quesito, perché un errore banale può essere fatale.

3)NON OZIARE

Non è facile studiare quando ancora non è stato indetto alcun concorso pubblico o quando ancora non è stato indetto quello che ti interessa. Ma prima inizi a studiare e più sono alte le possibilità di vincere un concorso. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Gli iscritti saranno tanti e se vuoi avere una speranza per avere un buon risultato in graduatoria non devi perdere tempo; continua a formarti e ad aggiornarti in attesa di quel fatidico bando.

4) LE LEGGI REGIONALI NON SONO UNIVERSALI

Se decidi di affrontare un bando in una Regione diversa da quella dove hai preso l’attestato, ricordati di studiare la legislazione sanitaria, sociale e socio-santiaria di quella Regione per non essere colto di sorpresa.

5) ON THE BALL

Sulla palla? Ma che consiglio è? Se pensi che on the ball significhi sulla palla, direi che è il caso di rispolverare un po’ d’inglese. On the ball è un’espressione, tradotta in italiano con la locuzione “(stare) in campana”. Quindi, non abbassare la guardia, leggi attentamente il bando, rispolvera il tuo inglese perché potresti essere messo alla prova anche con questa lingua straniera.

6) L’ABITO NON FA IL MONACO

Sicuramente non bisogna mai giudicare una persona dall’apparenza, ma in un concorso pubblico che prevede una prova orale è importante presentarsi con un aspetto curato. Evita ogni forma di stravaganza e adotta uno stile sobrio e adatto alla situazione.

Non mi resta altro da dire, se non augurarti il classico…”IN BOCCA AL LUPO!”

APPROFONDIMENTI

Per approfondimenti sulle leggi da studiare in vista di un concorso per OSS, ti consiglio di leggere il seguente articolo:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-legislazione-sociale-e-sanitaria-per-i-concorsi/

CONCLUSIONI

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Giulia Billi OSS

Articolo n. 6 del 24 Novembre 2019

La “doll therapy” come terapia non farmacologica

Ho estrapolato la conversazione a seguire, da un video di Giulio Golia del programma televisivo “Le Iene” dal titolo “Alzheimer: farsi aiutare dal proprio figlio a ricordare” per trattare come argomento di questo mio nuovo articolo, la “doll therapy”.

L’inviato delle “Iene” ha una conversazione con la signora Armelina affetta da Alzheimer.

Il soggetto della conversazione è una bambola, per lei il figlio, che culla dolcemente tra le sue braccia.

Ecco la conversazione

G: “Buonasera!”

A:” Buonasera”

G:” è stanco?”

A:“ è stanco si”

G: ”posso accarezzarlo?”

A:” certo”

G:” quanto c’ha?”

A: “appena…poco. Sarà due mesi che è a casa”

G:” come si chiama?”

A:” Alessandro”

G:” piange tanto?”

A:” no, piange niente”

G:” è’ buono?”

A:” si”

G:” quindi la fa dormire la notte eh?”

A:” sisi”

G:” sta dormendo?”

A:” per finta”

G:” per finta?”

A:” si”

G:” ah, finge di dormire ma è sveglio?”

A:” comunque è bravo”

G:” cosa mangia?”

A:” omogeneizzati”

G:” latte?”

A:” qualcosa di quello che ti viene di dargli un bacione, stringerlo”

G:” quanti anni ha detto che ha Alessandro?”

A:” mi sembra 40. Mi sembra di si, che è lui”.

Dove nasce la Doll Therapy?

La “doll therapy” nasce in Svezia alla fine degli anni ‘90 su invenzione della psicoterapeuta Britt Marie Egedius Jakobsson, ideata a suo tempo per il figlio autistico.

Tradotto dall’inglese doll therapy significa terapia della bambola.

Una bambola è comunemente un gioco, ma può diventare una terapia non farmacologica.

La persona “torna” nel passato, in un momento bello della sua vita, dove si prende cura del figlio e si riconosce nel ruolo di madre, con l’obiettivo di gestire lo stress, placare i disturbi comportamentali, stimolare la memoria e favorire le relazioni.

E’ una terapia utilizzata con persone con le tipiche malattie dell’età avanzata, ma non solo.

Queste bambole, conosciute con il nome di “Empathy doll”,   hanno le sembianze di un neonato in carne ed ossa con degli occhi molto grandi.

Le persone affette da Alzheimer cercano in questi occhi così profondi, gli occhi del proprio figlio.

Alcuni studi condotti hanno dimostrato come questa terapia può determinare effetti postivi soprattutto sui sintomi non- cognitivi, quindi i disturbi comportamentali della malattia, favorendo la relazione d’aiuto.

Tuttavia non deve essere considerata una terapia sostitutiva, ma un valido strumento per migliorare il benessere della persona.

Concludo con questa frase di Marcello Marchesi:” E’ sbagliato raccontare le favole ai bambini per ingannarli, bisogna raccontarle ai grandi per consolarli”.

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio ultimo articolo dal titolo: “L’OSS e la passione per il lavoro: un’eccezione?” puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-passione-per-il-lavoro-uneccezione/

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/1364-2/

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

 

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

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Giulia Billi OSS

    Articolo n. 5 del 17 Novembre 2019

L’OSS E LA PASSIONE PER IL LAVORO: UN’ECCEZIONE?”

Il tasso di disoccupazione in Italia è molto alto, avere un lavoro è una fortuna, più raro è svolgere una professione che si ama.

Ci sono persone che fin da piccole hanno un interesse e anche quelle condizioni economiche, familiari che gli permettono di inseguire il loro sogno lavorativo e percorrere la strada desiderata.

Purtroppo non tutte le persone hanno questa fortuna, ma nulla impedisce di inseguire il proprio sogno.

Sicuramente per alcuni anni dovranno svolgere un “qualsiasi” lavoro per crearsi quella situazione tale da poter investire nel proprio futuro.

Dietro la scelta di un “qualsiasi” lavoro c’è una precisa giustificazione, motivazione che non deve interessarci, l’importante è che qualunque strada una persona intraprenda, la percorra almeno con consapevolezza.

Il lavoro occupa gran parte delle nostre ore quotidiane ed è fondamentale svolgere una professione appagante.

La passione non annulla le giornate difficili, lo stress, ma sicuramente permette di affrontare la fatica positivamente, consapevole dell’obiettivo da raggiungere.

Esercitare un lavoro appagante ti permette di lavorare con il sorriso, con serenità.

Immaginate l’effetto suscitato in un paziente in un letto d’ospedale, in un anziano in RSA, in un disabile in CDD.

Siamo dotati di neuroni specchio che si attivano quando un individuo esegue la medesima azione compiuta da un altro soggetto.

Non è appagante entrare al mattino in una stanza in RSA ed avere un anziano con un bel sorriso?

L’anziano sorride perché l’operatore l’ha accolto con serenità.

Estraniamoci per un secondo dalla realtà sanitaria.

Immaginiamo di prendere un caffè al bar prima di entrare a lavoro.

Vai più volentieri al bar dove ci sono persone sorridenti, gentili o cordiali oppure dove ci sono lavoratori che non sanno nemmeno di essere dietro un bancone da bar?

Chi svolge un lavoro con passione trova sicuramente un motivo per sorridere e per affrontare con un’ottica positiva le difficoltà.

Questo non vuol dire che si è dentro un sogno, un’utopia. In molte realtà non si ha a disposizione tutto il materiale necessario, si ha carenza di personale, turni doppi ecc..

Tuttavia chi lavora con entusiasmo, ha un approccio alle difficoltà professionali differente da colui che ha scelto quel lavoro perché non ha trovato altro da fare.

Chi ama la propria professione, non si adagia facilmente, ma cerca sempre di aggiornarsi per offrire il miglior servizio possibile.

Trovare persone che amano il proprio lavoro dovrebbe essere una regola, anche se oggi è un’eccezione, perché la passione è quell’elemento che rende unico e speciale ogni giorno lavorativo.

Qualsiasi lavoro dovrebbe essere svolto con devozione, almeno consapevolezza.

Soprattutto nella realtà sanitaria, sociale, socio-sanitaria.

Un operatore socio sanitario, a seconda della struttura dove lavora, svolge prestazioni di bassa discrezionalità ed alta riproducibilità, ma che richiedono una comprensione, una gentilezza fondamentale.

Come fa un OSS che ha scelto questo lavoro senza reale interesse, a convivere ogni giorno con odori forti e sgradevoli?

Ci sono persone con Alzheimer, che se non controllate costantemente, non consapevoli di quello che stanno facendo, si mettono le mani nel pannolone pieno di feci?

Come fa un OSS senza passione a gestire con gentilezza, professionalità quella situazione?

Può resistere i primi tempi, ma come dice un vecchio detto: ”tutti i nodi vengono al pettine”.

Purtroppo le conseguenze possono essere pericolose per il professionista stesso sia per i colleghi sia per i pazienti/utenti.

Uno dei fenomeni più diffusi nelle professioni che implicano una relazione d’aiuto è il burnout, dall’inglese “bruciato”.

Il lavoratore si esaurisce a punto tale da rendere lo svolgimento della propria attività lavorativa più complesso come le difficoltà da affrontare.

Secondo la psicologa Christina Maslach, una delle tre categorie in cui si possono racchiudere le manifestazioni del burnout è la depersonalizzazione del malato, trattare quindi il paziente come un oggetto, rifiutandolo con risposte negative.

Purtroppo in alcune realtà si arriva anche alla violenza sul paziente/utente. Viene riversata tutta la frustrazione personale su delle persone fragili, incapaci di difendersi.

AUTOCRITICA

Come si può arrivare a compiere certe brutalità? La responsabilità è tutta a carico del professionista o anche del sistema che permette di formare professionisti senza entusiasmo? Perché persone senza passione lavorano indisturbate?

Rispondo per prima alla domanda presente nel titolo dell’articolo, chiaramente provocatorio: secondo me, gli OSS che lavorano con passione e dedizione sono tantissimi, ma sono anche tanti coloro che hanno perso l’entusiasmo, per svariati motivi. Voi cosa pensate? Quali sono i motivi che possono portare un OSS a perdere entusiasmo?

Concludo con una frase di Primo Levi: “trovare un lavoro che si ama corrisponde alla migliore approssimazione della felicità sulla terra”.

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

oppure il mio secondo articolo dal titolo: Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no, che puoi leggere cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/1364-2/

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie.

Giulia Billi OSS

Articolo n. 4 del 9 Novembre 2019

Cari colleghi Oss, tirocinanti e non solo, sono qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no.”.

Proviamo a ricordare il primo giorno di tirocinio, l’inizio di un nuovo lavoro. Che agitazione!

Quanti pensieri ronzavano per la testa, ma soprattutto quante paranoie; sarò all’altezza, che cosa penseranno i miei colleghi, che idea avranno di me i pazienti, sarò in grado di svolgere questa procedura, quali aspettative avrà il mio tutor ecc..

Il percorso di studi per diventare Operatore Socio Sanitario prevede un tirocinio formativo guidato presso le strutture e i servizi nel cui ambito la figura professionale è prevista.

Gli studenti vengono seguiti e guidati in un percorso per apprendere quelle competenze tecniche necessarie per un’esperienza lavorativa futura.

Un tirocinante ha il diritto e il dovere di chiedere perché non si nasce sapendo già tutto.

E’ anche un diritto di chi ha già conseguitol’attestato.

“La formazione dell’operatore socio sanitario è di competenza delle Regioni e delle Province autonome, che provvedono all’organizzazione dei corsi e delle relative attività didattiche, nel rispetto delle disposizioni del medesimo decreto”, secondo quanto stabilito dall’articolo 2 del Provvedimento della Conferenza del 2001.

Questo ha portato a delle differenze tra le varie Regioni, al punto tale che l’OSS può eseguire prestazioni differenti a supporto del personale sanitario, in particolare quello infermieristico.

E’ normale quindi che un OSS che si sposta da una Regione ad un’altra non sia in grado inizialmente di svolgere una determinata prestazione nonostante lavori da anni.

Ha quindi il diritto, ma soprattutto il dovere di chiedere.

Così vale anche all’interno della stessa Regione, ma in strutture differenti semplicemente in reparti con una tipologia diversa di pazienti.

Un tirocinante, un OSS e qualsiasi altro operatore non deve aver paura di chiedere.

Siamo a stretto contatto con dei pazienti, degli ospiti che hanno bisogno del nostro aiuto e supporto.

Se abbiamo dei dubbi o non siamo sicuri di una determinata prestazione o di un risultato abbiamo il dovere di domandare, perché possiamo causare un danno grave.

Un altro aspetto fondamentale del tirocinio/del lavoro è la paura nel dire NO.

Anche in questo caso entrano in gioco una serie di “meccanismi” mentali unici e irripetibili per ogni individuo.

Dire NO non vuol dire essere delle persone poco disponibili, in alcuni casi vuol dire assumersi le proprie responsabilità.

Ogni professionista ha un profilo professionale che delinea le proprie competenze tecniche; capacità che devono essere rispettate. Se un qualsiasi sanitario chiede ad un tirocinante OSS di eseguire una prestazione che non gli compete, lo studente deve rispondere nel modo più sereno possibile che non è una sua competenza, perché non ha né le conoscenze né gli strumenti necessari per eseguire tale prestazione.

Non vuol dire essere incompetenti o poco disponibili, significa assumersi la responsabilità del proprio operato.

Si commette un reato di esercizio abusivo della professione.

Vi invito a leggere l’articolo “Il reato di esercizio abusivo di una professione” facendo click al seguente link: https://www.simonepiga.it/il-reato-di-esercizio-abusivo-di-una-professione/

“Errare humanum est”. Errare è parte della natura umana, anche se non va considerata un’attenuante di responsabilità. Molte volte alla base di uno sbaglio c’è una scelta errata; scelgo di non chiedere per paura di essere giudicato incompetente. Se si tratta di prendere una decisione relativi a sé stessi, ognuno è libero di agire come crede meglio. Ma se nel fare una scelta entra in gioco un’altra persona, abbiamo il dovere di considerare tutte le eventuali conseguenze di quella valutazione.

                                                                          RIFLESSIONI

Quante occasioni perdiamo solamente perché non abbiamo il coraggio di chiedere oppure di dire di NO?

Entrano in gioco una serie di “meccanismi” mentali che logorano una persona al punto tale da non essere in grado di chiedere, di prendere una decisione.

Un individuo può aver paura di esporsi per paura di essere giudicato, per paura di porre un quesito banale, per paura di non trovare una persona disponibile al dialogo ecc..

Le motivazioni sono infinite, ciascuno di noi è unico ed irripetibile, ma tuttavia la paura di chiedere limita le opportunità e può causare degli eventi indesiderati, così come dire di NO.

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie.

Giulia Billi OSS

Articolo n. 3 del 27 Ottobre 2019

Cari colleghi OSS e non solo, eccomi qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo:

“Cambia il corpo, non la dignità”.

Ho provato ad immaginare una giornata standard lavorativa all’interno di un nucleo Alzheimer, dove, estremizzando, in turno sono presenti non solo OSS ma anche altri operatori, di supporto e non e i tirocinanti.

Ho provato a immaginare che in turno siano presenti sia operatori calmi, pacati, che lavorano con professionalità, empatia e amore per il proprio lavoro, sia operatori nervosi, agitati, stressati, e in preda, per svariati motivi al Burnout.

Sappiamo benissimo che noi OSS, cosi come gli altri operatori di supporto in genere, ma non solo, siamo tenuti a lavorare mettendo al centro di tutti gli interventi il nostro assistito e che, nel contempo, mentre svolgiamo il nostro lavoro, dobbiamo dare il buon esempio ai tirocinanti.

Ho anche immaginato che durante il turno, sia i tirocinanti che gli operatori pacati e gentili non siano riusciti a calmare i colleghi agitati e neppure a trovare il giusto canale di comunicazione per potersi spiegare.

Così, ho provato a immaginare che a questa situazione abbia assistito la sorella di un’anziana ricoverata in un nucleo alzheimer, la quale, intimorita, esterrefatta, non riuscendo a trovare il modo di comunicare con i suddetti operatori stressati e maleducati abbia così scritto una lettera che ha poi consegnato ai medesimi, chiedendo loro di leggerla, il prima possibile.

Ho anche pensato che a ciascuno di noi un giorno, spero mai, potrebbe capitare di essere al posto dell’anziana ospite e che ci piacerebbe ricevere le giuste cure e attenzioni da operatori bravi, preparati, motivati e che hanno fatto il corso di studi proprio per questo.

Nel predisporre il testo della missiva mi sono ispirata a una lettera analoga scritta da una mia docente del corso OSS che ho frequentato.

Ho utilizzato l’articolo non per fare della retorica facile e semplice ma per ricordare a tanti, partendo prima di tutto da me stessa, che al centro degli interventi di noi operatori c’è sempre la persona fragile, in particolare se non autosufficiente e che dobbiamo proteggerla, rispettarla nella sua dimensione fisica, psichica e spirituale.

Inoltre, abbiamo lo specifico dovere di trasmettere ai nostri tirocinanti corretti esempi etici e deontologici.

La comunicazione verbale e non verbale, il detto, il non detto e come diciamo le cose sono molto importanti nel nostro lavoro. Il modo in cui comunichiamo influisce sulla percezione che hanno gli altri di noi. Se mandiamo dei messaggi positivi mentre lavoriamo verremo certamente più apprezzati e saremo migliori, come persone e come operatori.

Tengo a precisare che la storia è di pura fantasia e che viene utilizzata a fini etici. Ogni riferimento a persone e situazioni realmente accadute è puramente casuale.

ECCO IL CONTENUTO DELLA LETTERA

“Operatore, se fossi al posto di mia sorella e potessi capire, ti chiederei Perché stai gridando?

Non sono sorda e non sono una stupida.

Perché mi stai rimproverando invece di spiegarmi a che cosa serve quell’oggetto che tu chiami cucchiaio?

Perché non mi fai un sorriso invece di imprecare?

Io non riesco a darti una spiegazione del mio comportamento, come non riesco a trovarne una al tuo.

Io ho solo bisogno che qualcuno mi tenga la mano, mi porti con sé fino a quando un giorno i miei genitori torneranno a prendermi.

La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che distrugge le cellule del cervello, causando un deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive fino a compromettere l’autonomia e la capacità di compiere le normali attività giornaliere.

Purtroppo non esiste ancora alcun tipo di prevenzione nello sviluppo della malattia di Alzheimer, quindi non è escluso che io possa essere una delle tue future pazienti.

Ogni volta che tu operatore sarai in servizio ti chiederò di lavorare con questo principio: “fai agli altri quello che vorresti che fosse fatto a te”.

Vorresti che qualcuno entrasse in camera tua per svegliarti urlando e magari togliendo improvvisamente le coperte, anche quando fuori ci sono zero gradi?

Vorresti che qualcuno ti lavasse con acqua gelida o bollente?

Vorresti che qualcuno ti facesse indossare sempre i soliti abiti anche se sporchi?

Vorresti che qualcuno non ti accompagnasse in bagno al bisogno ma ti dicesse: ”hai il pannolone, fattela addosso!!!” Sai che disgusto rimanere seduti con un pannolone pieno di urina e di feci?

Vorresti che qualcuno ti mettesse un catetere solo per ragioni di praticità?

Vorresti che qualcuno ti ignorasse quando stai cercando di dire qualcosa?

Ti chiedo quindi di svegliarmi con un gran sorriso e di rispettare i miei tempi.

Ti chiedo di lavarmi con acqua calda, di mantenere il mio corpo pulito e profumato.

Ti chiedo di aiutarmi a vestire nel caso non fossi più in grado di farlo autonomamente.

Non vestirmi però con abbinamenti casuali, perché vorrei curare il mio aspetto.

Ti chiedo di rispettare i miei tempi e le mie necessità durante i pasti; non mi imboccare se ho ancora la forza di mangiare da sola.

Ti chiedo di non arrabbiarti se la mattina mi trovi in un bagno di urine e di feci: è già umiliante per me farmi trovare in quelle condizioni.

Ti chiedo di accompagnarmi al bagno al bisogno perché proverei vergogna ad emanare odori sgradevoli in mezzo alle altre persone.

Ti chiedo di mostrarmi affetto, comprensione e tanta pazienza. So che probabilmente ti chiederò la stessa cosa 100 volte.

Ti chiedo di rendermi partecipe di quello che stai per fare, come lavarmi, vestirmi, pettinarmi.

Ti chiedo di non ignorarmi, ma di considerarmi; di dialogare con me e non solo con la tua collega.

Siamo persone: cambia il corpo, non la dignità”.

 

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso:

il mio primo articolo dal titolo, “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

e il mio secondo articolo dal titolo: “L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/lignoranza-denigra-le-competenze-di-un-oss/

 

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

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Giulia Billi OSS

Articolo n. 2 del 23 Ottobre 2019

“L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS

Cari colleghi OSS e non solo, eccomi qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo:

“L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS.

Quante volte fuori dal lavoro o durante il nostro lavoro abbiamo sentito la seguente frase:

“Dovrai togliere pannoloni pieni di mxxxx per il resto della tua vita“……..Pulisci culi”?

Ho estrapolato queste due frasi da due dibattiti presenti su dei forum online.

Non è stato utilizzato un linguaggio tecnico, ma senza giri di parole tutte le persone possono capire il contenuto della comunicazione.

Parto da queste due affermazioni per spiegare l’importanza di queste due azioni alle persone “ignoranti”, dal vocabolario definite come “coloro che non conoscono una determinata materia” e si permettono senza alcuna cultura in merito di denigrare questa importante competenza dell’Operatore Socio Sanitario.

Le feci sono il prodotto finale della digestione; osservare alterazioni del colore, della consistenza, della forma delle feci, dell’eventuale presenza di sostanze insolite, sentire odori anomali è un’azione di estrema importanza da comunicare tempestivamente all’infermiere.

Prendiamo in considerazione le feci di colore nero.

Nel migliore dei casi la colorazione è data dall’assunzione di ferro, in altri potrebbe essere sintomo di un “emorragia del tratto gastrointestinale superiore”.

Riuscite quindi a capire l’importanza nel cambiare un presidio assorbente pieno di feci?

Non solo. Consideriamo un paziente con incontinenza fecale. Involontariamente questa persona elimina le feci. Vuol dire che non è in grado di controllare l’espulsione delle feci.

Vuol dire che la persona avrà la cute esposta all’umidità a causa della materia fecale, provocando segni di macerazione, così la pelle sarà più fragile e aggredibile.

L’umidità/macerazione è uno dei 6 indicatori della scala Braden per rilevare il rischio di insorgenza delle lesioni da decubito. Immaginate soprattutto come si possa sentire una persona che porta un presidio assorbente pieno di feci; avrà perdita di autostima ed eviterà le relazioni sociali. Riuscite quindi a capire l’importanza nel cambiare un presidio assorbente pieno di feci?

“Pulisci culi” in termine tecnico si definisce igiene intima. Il perineo è la zona compresa tra il pube e l’ano, una zona molto umida ottimale per la proliferazione di batteri e la comparsa di cattivi odori.

Le cure igieniche sono di estrema importanza. E’ un gesto apparentemente semplice, ma che richiede molto tatto e sensibilità, perché la persona mette a nudo la propria intimità.

Ci vuole delicatezza nel far sentire la persona a proprio agio ed instaurare così un rapporto di fiducia.

Attraverso le cure igieniche puliamo le mucose e la cute, eliminando così gli odori sgradevoli ed   evitando che la persona provi un senso di disagio.

Si raccomanda di asciugare attentamente per evitare di creare quell’ambiente caldo-umido ideale per la proliferazione di funghi e batteri. Inoltre abbiamo visto precedentemente come l’umidità porta a macerazione con possibile insorgenza di lesioni da pressione. Osservare quindi attentamente la cute per avvisare tempestivamente l’infermiere ad ogni alterazione riscontrata.

Questo gesto non solo ci permette di svolgere attività di prevenzione, ma anche attività di educazione sanitaria.

Da donna mi chiedo: “quante donne ancora, quando curano la propria igiene intima, non usano tutt’ora un criterio logico partendo dalla zona anale a quella uretrale”?.

È sbagliato.

E’ estremamente importante invertire l’ordine perché i germi presenti nella zona posteriore vengono trasportati con le mani nella zona anteriore con il rischio di provocare un’infezione.

Quindi, voi persone che ignorate l’importanza di questo lavoro, riuscite ora a capire un pò meglio l’importanza nell’esecuzione di una corretta igiene?

Un’azione in questi casi, vale più di mille parole.

Autocritica

Infine un’autocritica per la nostra professione: come OSS cosa abbiamo finora fatto, cosa stiamo facendo e cosa intendiamo fare in futuro per sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che è il nostro reale ruolo di assistenza diretta alla persona e che è sbagliato definirci volgarmente dei lava s…..?

Abbiamo mai pensato di avviare campagne di sensibilizzazione in tale direzione?

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

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Giulia Billi OSS

Articolo n. 1 del 19 Ottobre 2019

L’OSS. L’esame finale

(Il mio esame finale)

DON’T PANIC

In questo articolo vi racconto il mio esame finale per conseguire l’attestato di OSS, sostenuto a Milano qualche settimana fa.

Spero così di essere di aiuto ai tanti colleghi che si apprestano a sostenere l’esame per diventare OSS.

Avete presente quando la notte ti svegli alle 4 e non riesci più a prendere sonno perché inizi a frugare nei tuoi pensieri?

Avete presente quando iniziate a pulire tutta casa o andate a fare jogging pur di tenere la mente occupata?

Avete presente quanto desiderate che arrivi un determinato giorno e quando quel giorno arriva vorreste essere dall’altra parte del mondo?

Penso che ognuno di voi abbia sperimentato una di queste condizioni almeno una volta nella vita. Io invece le ho provate tutte e tre la vigilia e il giorno dell’esame per conseguire l’attestato di qualifica di Operatore Socio Sanitario.

Un esame, si sa, richiede una preparazione che si ottiene dopo ore di concentrazione in aula e studio individuale o di gruppo. Tuttavia occorre anche prepararsi psicologicamente affinché l’ansia non prenda il sopravvento. I due psicologi di Harvard, R.M Yerkes e J.D. Dodson, nel 1908 formularono una legge, la quale evidenzia come un certo quantitativo di ansia sia importante per attivare mente e corpo, preparando così il soggetto all’esame per una prestazione ottimale. Se l’attivazione psico-fisica è troppo bassa, la persona rischia di affrontare l’esame con un approccio eccessivamente rilassato. Viceversa se l’attivazione è troppo alta, la persona si presenta all’esame con uno stato di eccitazione eccessivo tale da avere un approccio confusionario. Questo è un ragionamento logico, ma non così facile da mettere in pratica.

Ogni individuo ha una propria motivazione, un proprio background personale tale da attivare un certo quantitativo d’ansia. L’importante è provare e riuscire a controllare l’eccesso di questo stato d’attivazione perché il solo studio non basta. Viceversa non è sufficiente solo un certo quantitativo di ansia, ma è necessario dedicare tempo allo studio.

L’esame finale per conseguire l’attestato di qualifica di Operatore Socio Sanitario si sostiene dopo aver affrontato un percorso formativo suddiviso in vari moduli didattici. Consiglio infatti di evitare di fare troppe assenze, di stare molto attenti in aula durante lo svolgimento delle lezioni, di studiare costantemente e trovare il proprio metodo di studio, di fare domande per chiarire ogni dubbio prima dell’esame. Sono semplici consigli per affrontare più serenamente tutto il percorso di studi, i giorni prima dell’esame e l’esame stesso.

I preparativi al giorno dell’esame sono iniziati circa 4 settimane prima. La scuola ha organizzato delle lezioni di ripasso in preparazione dell’esame. Il tempo a disposizione non era tale da affrontare ogni singola materia studiata durante l’anno. Abbiamo fatto un ripasso generale, soffermandoci principalmente sulle materie di competenze dei professori che hanno tenuto le lezioni in preparazione dell’esame.

Al ripasso in aula ho aggiunto quello individuale e a pochi giorni dall’esame ho studiato in gruppo, perché da sola non riuscivo a mantenere un buon livello di concentrazione. Così i giorni e le settimane sono passate ed è arrivato il tanto atteso giorno dell’esame.

Il ritrovo era previsto alle 8.45. Siamo entrati in aula come dei soldatini in attesa di conoscere la commissione d’esame.

L’articolo 12 del Provvedimento 22 Febbraio 2001, comma 2, prevede che la commissione sia formata da un esperto designato dall’assessorato regionale alla sanità e uno dall’assessorato regionale delle politiche sociali. La nostra commissione era formata da uno psicologo in veste di presidente, da un infermiere e da un assistente sociale in veste dei due commissari. La commissione ci ha fatto subito una buona impressione, persone disponibili, solari e molto preparate.

La prova scritta ha previsto 70 domande in 45 minuti; tempo ampiamente sufficiente ad affrontare la prova. Le domande vertevano sulle materie sostenute durante tutto il percorso formativo.

Finita la prova scritta, la commissione si è ritirata in un’altra aula per correggere gli scritti, in seguito è iniziata la prova orale e pratica.

Ci hanno chiamato a gruppi di tre in ordine alfabetico e all’orale ci hanno principalmente fatto domande di anatomia, interventi assistenziali, mobilizzazione, igiene, primo soccorso, psicologia, assistenza sociale e legislazione.

L’esame si è concluso con esito positivo per tutti ad accezione di una collega.

E’ stata una giornata intensa e ricca di emozioni. Prima dell’esame c’era chi rideva e scherzava, chi si era isolato in un angolo a fissare un punto, chi continuava a studiare e ripetere, chi mangiava ininterrottamente, chi andava ogni minuto in bagno, chi camminava incessantemente.

Dopo l’esame invece, alcuni hanno pianto di gioia, altri hanno urlato di felicità, c’è invece chi ha avuto una reazione più controllata. Personalmente mi sono commossa e l’adrenalina provata tutto il giorno si è trasformata in stanchezza; un anno intenso ricco di emozioni che si è concluso nel giro di qualche ora. E voi come lo avete vissuto?

APPROFONDIMENTI

Per approfondimenti sulle modalità di svolgimento dell’esame finale per OSS, ti consiglio di leggere il seguente articolo dal titolo: “La commissione d’esame finale OSS” che trovi facendo click sul seguente articolo:

https://www.simonepiga.it/la-commissione-desame-finale-oss/

CONCLUSIONI

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Grazie.

Giulia Billi Operatrice Socio Sanitaria