Un caro saluto a tutti, colleghi e non solo.

Questa della foto in alto sono io.

Mi chiamo Giulia Billi.

Sono nata a Prato e da circa due anni vivo a Milano.

Sono una Operatrice Socio Sanitaria.

Lavoro come Caregiver formale privatamente presso una famiglia.

Mi prendo cura di una bambina con limitazioni fisiche.

Da oggi, 19 Ottobre 2019 curerò la Rubrica Oss di questo blog, dove pubblicherò articoli e notizie relative al mondo degli OSS e dell’ambito socio-sanitario.

Per contattarmi potete scrivermi a:  giulia.billi91@gmail.com

 

Articolo n. 4 del 9 Novembre 2019

Cari colleghi Oss, tirocinanti e non solo, sono qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no.”.

Proviamo a ricordare il primo giorno di tirocinio, l’inizio di un nuovo lavoro. Che agitazione!

Quanti pensieri ronzavano per la testa, ma soprattutto quante paranoie; sarò all’altezza, che cosa penseranno i miei colleghi, che idea avranno di me i pazienti, sarò in grado di svolgere questa procedura, quali aspettative avrà il mio tutor ecc..

Il percorso di studi per diventare Operatore Socio Sanitario prevede un tirocinio formativo guidato presso le strutture e i servizi nel cui ambito la figura professionale è prevista.

Gli studenti vengono seguiti e guidati in un percorso per apprendere quelle competenze tecniche necessarie per un’esperienza lavorativa futura.

Un tirocinante ha il diritto e il dovere di chiedere perché non si nasce sapendo già tutto.

E’ anche un diritto di chi ha già conseguitol’attestato.

“La formazione dell’operatore socio sanitario è di competenza delle Regioni e delle Province autonome, che provvedono all’organizzazione dei corsi e delle relative attività didattiche, nel rispetto delle disposizioni del medesimo decreto”, secondo quanto stabilito dall’articolo 2 del Provvedimento della Conferenza del 2001.

Questo ha portato a delle differenze tra le varie Regioni, al punto tale che l’OSS può eseguire prestazioni differenti a supporto del personale sanitario, in particolare quello infermieristico.

E’ normale quindi che un OSS che si sposta da una Regione ad un’altra non sia in grado inizialmente di svolgere una determinata prestazione nonostante lavori da anni.

Ha quindi il diritto, ma soprattutto il dovere di chiedere.

Così vale anche all’interno della stessa Regione, ma in strutture differenti semplicemente in reparti con una tipologia diversa di pazienti.

Un tirocinante, un OSS e qualsiasi altro operatore non deve aver paura di chiedere.

Siamo a stretto contatto con dei pazienti, degli ospiti che hanno bisogno del nostro aiuto e supporto.

Se abbiamo dei dubbi o non siamo sicuri di una determinata prestazione o di un risultato abbiamo il dovere di domandare, perché possiamo causare un danno grave.

Un altro aspetto fondamentale del tirocinio/del lavoro è la paura nel dire NO.

Anche in questo caso entrano in gioco una serie di “meccanismi” mentali unici e irripetibili per ogni individuo.

Dire NO non vuol dire essere delle persone poco disponibili, in alcuni casi vuol dire assumersi le proprie responsabilità.

Ogni professionista ha un profilo professionale che delinea le proprie competenze tecniche; capacità che devono essere rispettate. Se un qualsiasi sanitario chiede ad un tirocinante OSS di eseguire una prestazione che non gli compete, lo studente deve rispondere nel modo più sereno possibile che non è una sua competenza, perché non ha né le conoscenze né gli strumenti necessari per eseguire tale prestazione.

Non vuol dire essere incompetenti o poco disponibili, significa assumersi la responsabilità del proprio operato.

Si commette un reato di esercizio abusivo della professione.

Vi invito a leggere l’articolo “Il reato di esercizio abusivo di una professione” facendo click al seguente link: https://www.simonepiga.it/il-reato-di-esercizio-abusivo-di-una-professione/

“Errare humanum est”. Errare è parte della natura umana, anche se non va considerata un’attenuante di responsabilità. Molte volte alla base di uno sbaglio c’è una scelta errata; scelgo di non chiedere per paura di essere giudicato incompetente. Se si tratta di prendere una decisione relativi a sé stessi, ognuno è libero di agire come crede meglio. Ma se nel fare una scelta entra in gioco un’altra persona, abbiamo il dovere di considerare tutte le eventuali conseguenze di quella valutazione.

                                                                          RIFLESSIONI

Quante occasioni perdiamo solamente perché non abbiamo il coraggio di chiedere oppure di dire di NO?

Entrano in gioco una serie di “meccanismi” mentali che logorano una persona al punto tale da non essere in grado di chiedere, di prendere una decisione.

Un individuo può aver paura di esporsi per paura di essere giudicato, per paura di porre un quesito banale, per paura di non trovare una persona disponibile al dialogo ecc..

Le motivazioni sono infinite, ciascuno di noi è unico ed irripetibile, ma tuttavia la paura di chiedere limita le opportunità e può causare degli eventi indesiderati, così come dire di NO.

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie.

Giulia Billi OSS

Articolo n. 3 del 27 Ottobre 2019

Cari colleghi OSS e non solo, eccomi qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo:

“Cambia il corpo, non la dignità”.

Ho provato ad immaginare una giornata standard lavorativa all’interno di un nucleo Alzheimer, dove, estremizzando, in turno sono presenti non solo OSS ma anche altri operatori, di supporto e non e i tirocinanti.

Ho provato a immaginare che in turno siano presenti sia operatori calmi, pacati, che lavorano con professionalità, empatia e amore per il proprio lavoro, sia operatori nervosi, agitati, stressati, e in preda, per svariati motivi al Burnout.

Sappiamo benissimo che noi OSS, cosi come gli altri operatori di supporto in genere, ma non solo, siamo tenuti a lavorare mettendo al centro di tutti gli interventi il nostro assistito e che, nel contempo, mentre svolgiamo il nostro lavoro, dobbiamo dare il buon esempio ai tirocinanti.

Ho anche immaginato che durante il turno, sia i tirocinanti che gli operatori pacati e gentili non siano riusciti a calmare i colleghi agitati e neppure a trovare il giusto canale di comunicazione per potersi spiegare.

Così, ho provato a immaginare che a questa situazione abbia assistito la sorella di un’anziana ricoverata in un nucleo alzheimer, la quale, intimorita, esterrefatta, non riuscendo a trovare il modo di comunicare con i suddetti operatori stressati e maleducati abbia così scritto una lettera che ha poi consegnato ai medesimi, chiedendo loro di leggerla, il prima possibile.

Ho anche pensato che a ciascuno di noi un giorno, spero mai, potrebbe capitare di essere al posto dell’anziana ospite e che ci piacerebbe ricevere le giuste cure e attenzioni da operatori bravi, preparati, motivati e che hanno fatto il corso di studi proprio per questo.

Nel predisporre il testo della missiva mi sono ispirata a una lettera analoga scritta da una mia docente del corso OSS che ho frequentato.

Ho utilizzato l’articolo non per fare della retorica facile e semplice ma per ricordare a tanti, partendo prima di tutto da me stessa, che al centro degli interventi di noi operatori c’è sempre la persona fragile, in particolare se non autosufficiente e che dobbiamo proteggerla, rispettarla nella sua dimensione fisica, psichica e spirituale.

Inoltre, abbiamo lo specifico dovere di trasmettere ai nostri tirocinanti corretti esempi etici e deontologici.

La comunicazione verbale e non verbale, il detto, il non detto e come diciamo le cose sono molto importanti nel nostro lavoro. Il modo in cui comunichiamo influisce sulla percezione che hanno gli altri di noi. Se mandiamo dei messaggi positivi mentre lavoriamo verremo certamente più apprezzati e saremo migliori, come persone e come operatori.

Tengo a precisare che la storia è di pura fantasia e che viene utilizzata a fini etici. Ogni riferimento a persone e situazioni realmente accadute è puramente casuale.

ECCO IL CONTENUTO DELLA LETTERA

“Operatore, se fossi al posto di mia sorella e potessi capire, ti chiederei Perché stai gridando?

Non sono sorda e non sono una stupida.

Perché mi stai rimproverando invece di spiegarmi a che cosa serve quell’oggetto che tu chiami cucchiaio?

Perché non mi fai un sorriso invece di imprecare?

Io non riesco a darti una spiegazione del mio comportamento, come non riesco a trovarne una al tuo.

Io ho solo bisogno che qualcuno mi tenga la mano, mi porti con sé fino a quando un giorno i miei genitori torneranno a prendermi.

La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che distrugge le cellule del cervello, causando un deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive fino a compromettere l’autonomia e la capacità di compiere le normali attività giornaliere.

Purtroppo non esiste ancora alcun tipo di prevenzione nello sviluppo della malattia di Alzheimer, quindi non è escluso che io possa essere una delle tue future pazienti.

Ogni volta che tu operatore sarai in servizio ti chiederò di lavorare con questo principio: “fai agli altri quello che vorresti che fosse fatto a te”.

Vorresti che qualcuno entrasse in camera tua per svegliarti urlando e magari togliendo improvvisamente le coperte, anche quando fuori ci sono zero gradi?

Vorresti che qualcuno ti lavasse con acqua gelida o bollente?

Vorresti che qualcuno ti facesse indossare sempre i soliti abiti anche se sporchi?

Vorresti che qualcuno non ti accompagnasse in bagno al bisogno ma ti dicesse: ”hai il pannolone, fattela addosso!!!” Sai che disgusto rimanere seduti con un pannolone pieno di urina e di feci?

Vorresti che qualcuno ti mettesse un catetere solo per ragioni di praticità?

Vorresti che qualcuno ti ignorasse quando stai cercando di dire qualcosa?

Ti chiedo quindi di svegliarmi con un gran sorriso e di rispettare i miei tempi.

Ti chiedo di lavarmi con acqua calda, di mantenere il mio corpo pulito e profumato.

Ti chiedo di aiutarmi a vestire nel caso non fossi più in grado di farlo autonomamente.

Non vestirmi però con abbinamenti casuali, perché vorrei curare il mio aspetto.

Ti chiedo di rispettare i miei tempi e le mie necessità durante i pasti; non mi imboccare se ho ancora la forza di mangiare da sola.

Ti chiedo di non arrabbiarti se la mattina mi trovi in un bagno di urine e di feci: è già umiliante per me farmi trovare in quelle condizioni.

Ti chiedo di accompagnarmi al bagno al bisogno perché proverei vergogna ad emanare odori sgradevoli in mezzo alle altre persone.

Ti chiedo di mostrarmi affetto, comprensione e tanta pazienza. So che probabilmente ti chiederò la stessa cosa 100 volte.

Ti chiedo di rendermi partecipe di quello che stai per fare, come lavarmi, vestirmi, pettinarmi.

Ti chiedo di non ignorarmi, ma di considerarmi; di dialogare con me e non solo con la tua collega.

Siamo persone: cambia il corpo, non la dignità”.

 

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso:

il mio primo articolo dal titolo, “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

e il mio secondo articolo dal titolo: “L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/lignoranza-denigra-le-competenze-di-un-oss/

 

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie. 

Giulia Billi OSS

Articolo n. 2 del 23 Ottobre 2019

“L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS

Cari colleghi OSS e non solo, eccomi qui a presentarvi il mio nuovo articolo dal titolo:

“L’ignoranza” denigra le competenze di un OSS.

Quante volte fuori dal lavoro o durante il nostro lavoro abbiamo sentito la seguente frase:

“Dovrai togliere pannoloni pieni di mxxxx per il resto della tua vita“……..Pulisci culi”?

Ho estrapolato queste due frasi da due dibattiti presenti su dei forum online.

Non è stato utilizzato un linguaggio tecnico, ma senza giri di parole tutte le persone possono capire il contenuto della comunicazione.

Parto da queste due affermazioni per spiegare l’importanza di queste due azioni alle persone “ignoranti”, dal vocabolario definite come “coloro che non conoscono una determinata materia” e si permettono senza alcuna cultura in merito di denigrare questa importante competenza dell’Operatore Socio Sanitario.

Le feci sono il prodotto finale della digestione; osservare alterazioni del colore, della consistenza, della forma delle feci, dell’eventuale presenza di sostanze insolite, sentire odori anomali è un’azione di estrema importanza da comunicare tempestivamente all’infermiere.

Prendiamo in considerazione le feci di colore nero.

Nel migliore dei casi la colorazione è data dall’assunzione di ferro, in altri potrebbe essere sintomo di un “emorragia del tratto gastrointestinale superiore”.

Riuscite quindi a capire l’importanza nel cambiare un presidio assorbente pieno di feci?

Non solo. Consideriamo un paziente con incontinenza fecale. Involontariamente questa persona elimina le feci. Vuol dire che non è in grado di controllare l’espulsione delle feci.

Vuol dire che la persona avrà la cute esposta all’umidità a causa della materia fecale, provocando segni di macerazione, così la pelle sarà più fragile e aggredibile.

L’umidità/macerazione è uno dei 6 indicatori della scala Braden per rilevare il rischio di insorgenza delle lesioni da decubito. Immaginate soprattutto come si possa sentire una persona che porta un presidio assorbente pieno di feci; avrà perdita di autostima ed eviterà le relazioni sociali. Riuscite quindi a capire l’importanza nel cambiare un presidio assorbente pieno di feci?

“Pulisci culi” in termine tecnico si definisce igiene intima. Il perineo è la zona compresa tra il pube e l’ano, una zona molto umida ottimale per la proliferazione di batteri e la comparsa di cattivi odori.

Le cure igieniche sono di estrema importanza. E’ un gesto apparentemente semplice, ma che richiede molto tatto e sensibilità, perché la persona mette a nudo la propria intimità.

Ci vuole delicatezza nel far sentire la persona a proprio agio ed instaurare così un rapporto di fiducia.

Attraverso le cure igieniche puliamo le mucose e la cute, eliminando così gli odori sgradevoli ed   evitando che la persona provi un senso di disagio.

Si raccomanda di asciugare attentamente per evitare di creare quell’ambiente caldo-umido ideale per la proliferazione di funghi e batteri. Inoltre abbiamo visto precedentemente come l’umidità porta a macerazione con possibile insorgenza di lesioni da pressione. Osservare quindi attentamente la cute per avvisare tempestivamente l’infermiere ad ogni alterazione riscontrata.

Questo gesto non solo ci permette di svolgere attività di prevenzione, ma anche attività di educazione sanitaria.

Da donna mi chiedo: “quante donne ancora, quando curano la propria igiene intima, non usano tutt’ora un criterio logico partendo dalla zona anale a quella uretrale”?.

È sbagliato.

E’ estremamente importante invertire l’ordine perché i germi presenti nella zona posteriore vengono trasportati con le mani nella zona anteriore con il rischio di provocare un’infezione.

Quindi, voi persone che ignorate l’importanza di questo lavoro, riuscite ora a capire un pò meglio l’importanza nell’esecuzione di una corretta igiene?

Un’azione in questi casi, vale più di mille parole.

Autocritica

Infine un’autocritica per la nostra professione: come OSS cosa abbiamo finora fatto, cosa stiamo facendo e cosa intendiamo fare in futuro per sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che è il nostro reale ruolo di assistenza diretta alla persona e che è sbagliato definirci volgarmente dei lava s…..?

Abbiamo mai pensato di avviare campagne di sensibilizzazione in tale direzione?

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Per approfondimenti sul profilo e competenze dell’OSS, ti consiglio di leggere i seguenti articoli:

https://www.simonepiga.it/loss-le-competenze-delloperatore-socio-sanitario-atto-del-22-febbraio-2001-conferenza-stato-regioni-e-province-autonome-di-trento-e-bolzano/

https://www.simonepiga.it/loss-il-profilo-professionale-le-competenze-delloss-nelle-diverse-regioni-le-competenze-delloss-in-regione-lombardia/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie.

Giulia Billi OSS

Articolo n. 1 del 19 Ottobre 2019

L’OSS. L’esame finale

(Il mio esame finale)

DON’T PANIC

In questo articolo vi racconto il mio esame finale per conseguire l’attestato di OSS, sostenuto a Milano qualche settimana fa.

Spero così di essere di aiuto ai tanti colleghi che si apprestano a sostenere l’esame per diventare OSS.

Avete presente quando la notte ti svegli alle 4 e non riesci più a prendere sonno perché inizi a frugare nei tuoi pensieri?

Avete presente quando iniziate a pulire tutta casa o andate a fare jogging pur di tenere la mente occupata?

Avete presente quanto desiderate che arrivi un determinato giorno e quando quel giorno arriva vorreste essere dall’altra parte del mondo?

Penso che ognuno di voi abbia sperimentato una di queste condizioni almeno una volta nella vita. Io invece le ho provate tutte e tre la vigilia e il giorno dell’esame per conseguire l’attestato di qualifica di Operatore Socio Sanitario.

Un esame, si sa, richiede una preparazione che si ottiene dopo ore di concentrazione in aula e studio individuale o di gruppo. Tuttavia occorre anche prepararsi psicologicamente affinché l’ansia non prenda il sopravvento. I due psicologi di Harvard, R.M Yerkes e J.D. Dodson, nel 1908 formularono una legge, la quale evidenzia come un certo quantitativo di ansia sia importante per attivare mente e corpo, preparando così il soggetto all’esame per una prestazione ottimale. Se l’attivazione psico-fisica è troppo bassa, la persona rischia di affrontare l’esame con un approccio eccessivamente rilassato. Viceversa se l’attivazione è troppo alta, la persona si presenta all’esame con uno stato di eccitazione eccessivo tale da avere un approccio confusionario. Questo è un ragionamento logico, ma non così facile da mettere in pratica.

Ogni individuo ha una propria motivazione, un proprio background personale tale da attivare un certo quantitativo d’ansia. L’importante è provare e riuscire a controllare l’eccesso di questo stato d’attivazione perché il solo studio non basta. Viceversa non è sufficiente solo un certo quantitativo di ansia, ma è necessario dedicare tempo allo studio.

L’esame finale per conseguire l’attestato di qualifica di Operatore Socio Sanitario si sostiene dopo aver affrontato un percorso formativo suddiviso in vari moduli didattici. Consiglio infatti di evitare di fare troppe assenze, di stare molto attenti in aula durante lo svolgimento delle lezioni, di studiare costantemente e trovare il proprio metodo di studio, di fare domande per chiarire ogni dubbio prima dell’esame. Sono semplici consigli per affrontare più serenamente tutto il percorso di studi, i giorni prima dell’esame e l’esame stesso.

I preparativi al giorno dell’esame sono iniziati circa 4 settimane prima. La scuola ha organizzato delle lezioni di ripasso in preparazione dell’esame. Il tempo a disposizione non era tale da affrontare ogni singola materia studiata durante l’anno. Abbiamo fatto un ripasso generale, soffermandoci principalmente sulle materie di competenze dei professori che hanno tenuto le lezioni in preparazione dell’esame.

Al ripasso in aula ho aggiunto quello individuale e a pochi giorni dall’esame ho studiato in gruppo, perché da sola non riuscivo a mantenere un buon livello di concentrazione. Così i giorni e le settimane sono passate ed è arrivato il tanto atteso giorno dell’esame.

Il ritrovo era previsto alle 8.45. Siamo entrati in aula come dei soldatini in attesa di conoscere la commissione d’esame.

L’articolo 12 del Provvedimento 22 Febbraio 2001, comma 2, prevede che la commissione sia formata da un esperto designato dall’assessorato regionale alla sanità e uno dall’assessorato regionale delle politiche sociali. La nostra commissione era formata da uno psicologo in veste di presidente, da un infermiere e da un assistente sociale in veste dei due commissari. La commissione ci ha fatto subito una buona impressione, persone disponibili, solari e molto preparate.

La prova scritta ha previsto 70 domande in 45 minuti; tempo ampiamente sufficiente ad affrontare la prova. Le domande vertevano sulle materie sostenute durante tutto il percorso formativo.

Finita la prova scritta, la commissione si è ritirata in un’altra aula per correggere gli scritti, in seguito è iniziata la prova orale e pratica.

Ci hanno chiamato a gruppi di tre in ordine alfabetico e all’orale ci hanno principalmente fatto domande di anatomia, interventi assistenziali, mobilizzazione, igiene, primo soccorso, psicologia, assistenza sociale e legislazione.

L’esame si è concluso con esito positivo per tutti ad accezione di una collega.

E’ stata una giornata intensa e ricca di emozioni. Prima dell’esame c’era chi rideva e scherzava, chi si era isolato in un angolo a fissare un punto, chi continuava a studiare e ripetere, chi mangiava ininterrottamente, chi andava ogni minuto in bagno, chi camminava incessantemente.

Dopo l’esame invece, alcuni hanno pianto di gioia, altri hanno urlato di felicità, c’è invece chi ha avuto una reazione più controllata. Personalmente mi sono commossa e l’adrenalina provata tutto il giorno si è trasformata in stanchezza; un anno intenso ricco di emozioni che si è concluso nel giro di qualche ora. E voi come lo avete vissuto?

APPROFONDIMENTI

Per approfondimenti sulle modalità di svolgimento dell’esame finale per OSS, ti consiglio di leggere il seguente articolo dal titolo: “La commissione d’esame finale OSS” che trovi facendo click sul seguente articolo:

https://www.simonepiga.it/la-commissione-desame-finale-oss/

CONCLUSIONI

Se vuoi fornirmi preziosi consigli o eventuali approfondimenti da fare sul presente articolo, o segnalarmi delle imprecisioni, puoi farlo scrivendomi al seguente indirizzo di posta elettronica:     giulia.billi91@gmail.com

Non posso garantire di riuscire a risponderti o di risponderti in tempi brevi, ma terrò in grande considerazione la tua opinione.

Se ti è piaciuto questo articolo ti chiedo di mettere un semplice “like” sullo stesso e di condividerlo sui tuoi canali social, al fine di farlo conoscere.

Grazie.

Giulia Billi Operatrice Socio Sanitaria