E’ IL MATTO CHE CREA LA SOCIETÀ O È LA SOCIETÀ CHE CREA IL MATTO???? Di Sofia Castaldo

Tutela della salute mentale

Eppure qualcuno lo aveva amato, portato in braccio   e dentro il cuore, qualcuno aveva amato quel debole sangue trasfuso del proprio, qualcuno aveva amato quel corpo sporco” (Pier Paolo Pasolini).

Le comunità terapeutiche hanno progressivamente sostituito gli ospedali psichiatrici la cui funzione era quella di custodire ed accudire i pazienti e contemporaneamente difendere la società dalla follia e dalla diversità, segregando i soggetti folli, vagabondi, alcolizzati, zingari.

Verso gli ultimi anni’50, con l’introduzione degli psicofarmaci che permettevano il controllo delle aggressività e dei sintomi dei pazienti, inizia una lenta e graduale trasformazione volta alla ricerca di un maggiore intervento integrativo da parte della socioterapia per risolvere i problemi di risocializzazione.

Con l’avvento della legge 180 del 1978, comincia a cambiare il concetto di psichiatria.

Tale legge obbligava a deistituzionalizzare quanto più possibile i pazienti psichiatrici con interventi di tipo terapeutico-riabilitativi anzichè di tipo custodialistico.

La psichiatria è una scienza perché tenta di risolvere il fenomeno psicopatologico con l’ausilio farmacologico e psicodinamico, ma è anche un po’ filosofia per i suoi aspetti della visione della vita e del rapporto con essa, ed è soprattutto, grande capacità di rapporto umano, che talvolta può sfociare in rapporti violenti verbali e di fatto ed è proprio per questo che si discosta molto dal classico aspetto scientifico delle altre branche della medicina, pur permanendo in essa, ed è ancora per questo che non tutti possono sentirsi adatti a lavorare in psichiatria

Non si può pensare ad un percorso riabilitativo se non si parte dalla consapevolezza che l’uomo o donna che abbiamo di fronte ancor prima di essere un paziente, è una persona.

Questo equivale a considerare che ha gli stessi bisogni, i desideri, le aspettative, espressi semmai con strumenti diversi, con difficoltà diversa.

                                   Tentativi disperati!

Comportamenti carichi di minacce, apprezzamenti, sono il filo conduttore di un bisogno di comunicare, di urlare il proprio bisogno di dirci chi sono, di cercare un dialogo, un’attenzione.

E’ come dire:

sappiate che io ci sono e non mi dovete dimenticare anche se da anni vi accuso come i miei carcerieri, comunque sappiate che io voglio giocare a carte con voi, voglio sconfiggervi qualche volta, per farvi capire che anch’io sono capace, che io sono vivo, come lo siete voi

La sofferenza ha tolto loro tutto, compresa quella maschera alla quale, noi gente “dall’altra parte del muro”, non sappiamo e non vogliamo rinunciare.

Ed allora i tentativi si fanno disperati per chiederci di accettarli così e di riconoscerli in quanto persone, in quanto essere unici come unico è ognuno di noi!

Tentativi disperati di ricercare un ruolo ed una collocazione apparentemente persa e difenderla a denti stretti.

Tutto questo ci porta a considerare il fatto che per affrontare un percorso riabilitativo, diventa indispensabile il soddisfacimento del bisogno fondamentale di ogni persona: quello di essere riconosciuto, accettato e apprezzatoindividuando innanzitutto per poi separare, i comportamenti dettati dalla difesa ad oltranza della propria personalità da quelli relativi alla patologia.

Spesso gli agiti per acquisire un ruolo e difenderlo sono incomprensibili per gli operatori ed interpretati come patologici, ma per il paziente diventano di vitale importanza

Ed ecco che alcuni aspetti rappresentano il simbolo identificativo per essere riconosciuti, come per esempi:

Quello che puzza perché non si lava

Quello che grida

Quello che grida perché vuole per primo il pranzo

Quello che chiede continuamente la terapia

Quello che sta sempre male

Quello che mastica la cicca

Quello che va in giro con la borsa piena di sporcizia

Quello che rompe la radio o che rompe e basta

Quello che ……..

Ma oltre a simboli identificativi, esiste una posizione gerarchica, niente di diverso di ciò che accade ovunque, in ogni gruppo o istituzione, etc:

la forza

la voce

la chiave della cucina

l’accesso alla sala medica,

il monopolio della tv

il gettone

la sigaretta etc

E.R , nel suo ritardo mentale, sapeva benissimo che   la stella di sceriffo che portava appuntata sul petto era oggetto di scherno da parte dei ragazzini che passavano o da parte dei portinai, piuttosto che da parte dei suoi stessi operatori, ma continuava imperterrito a mostrarla perché era il suo status simbol che lo collocava in una posizione visibile a tutti.

Il suo dirigere il traffico in entrata e in uscita dall’istituto, gratificato anche dalle mance che raccoglieva, gli consentiva di essere riconosciuto.

Essere “lo sceriffo” per tutti, era un successo strepitoso, paragonabile solo alla fama dei nomi più illustri della storia.

Quella stella lo ha reso riconoscibile più dei suoi stessi infermieri, più del direttore sanitario.

Questo dimostra ancora una volta quanta importanza può rivestire un gettone, una chiave, una sigaretta, il pranzo servito per primo, etc.

In una società dove la corsa ai posti migliori è senza esclusione di colpi e dove eliminare qualcuno in questa corsa è un successo per chi rimane, il malato mentale diventa vittima sacrificale, riconosciuto sì dall’etichetta, ma mai accettato.

Riabilitare può significare mettere l’individuo nelle condizioni di dotarsi di uno status e scavarsi un posto nella scala gerarchica sociale.

Accettare può essere semplice ma riconoscere può esserlo meno.

“M. mi ha sottolineato questo aspetto con una martellata sui denti.

Quando l’ho riconosciuto come quello del borsone pieno di cose sporche e pulite, mi ha risposto che fuori era quello che tre volte era uscito nudo di casa, ma che da grande vuole fare lo scienziato o il musicista o il negoziante.

 M. ha il passato malato, il presente malato, ma un futuro normale

 .M. come gli altri che lottano ancora nella speranza che prima o poi vengano accettati, riconosciuti ed apprezzati.”

 Ad ognuno di noi batte il cuore quando ci sentiamo riconosciuti.

Batte il cuore ad una mamma quando il proprio figlio la riconosce come madre…in un abbraccio, in una richiesta d’aiuto, in una confidenza, etc.

Riflettevo già tempo fa che il cammino della follia comincia in seno alla famiglia dove il gruppo per sopravvivere espelle non quello malato ma quello più fragile, disposto al sacrificio e quando l’ultima speranza,

l’amore materno cede alla necessità di sopravvivenza del gruppo familiare ed espelle senza remissioni quel figlio votato al sacrificio comincia l’inferno di chi non si sente più amato.

Cominciano allora tutte quelle manifestazioni piene di disperazione tendenti a farsi riconoscere.

E ti rinchiudono in manicomio e non ti arrendi e continui a gridare finchè hai fiato e continui a fare il matto e ti manca il respiro.

Non puoi vivere senza essere amato e ti basta sempre meno…..

Prima era l’amore di tua madre, un posto di lavoro ed una fidanzata, ora basta il tuo nome, gridato da un infermiere che ti riconosce, anche solo per farti un iniezione.

Forse non sono segni di malattia mentale, ma semplicemente il disperato tentativo di soddisfare il bisogno primario di farsi riconoscere.

Entrare in relazione con loro sul loro campo

Si entra in un mondo completamente nuovo e si può iniziare a parlare di interventi sui reali bisogni dell’ospite

Entrare in relazione con loro su queste basi

significa riconoscerli, accettarli ed apprezzarli.

La conferma è quasi sempre immediata, cambia immediatamente l’espressione del loro viso e cambia immediatamente il grado di comprensione delle loro comunicazioni.

Si potrebbe concludere con il superamento del luogo comune:

il matto viene emarginato” a favore dell’ipotesi “l’emarginazione crea il matto”!

 

Sofia Castaldo

Coordinatrice Infermieristica e Formatrice

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