La “doll therapy” come terapia non farmacologica. Di Giulia Billi

Terapia delle bambole
Doll teraphy. Terapia alternativa ai farmaci

Ho estrapolato la conversazione a seguire, da un video di Giulio Golia del programma televisivo “Le Iene” dal titolo “Alzheimer: farsi aiutare dal proprio figlio a ricordare” per trattare come argomento di questo mio nuovo articolo, la “doll therapy”.

L’inviato delle “Iene” ha una conversazione con la signora Armelina affetta da Alzheimer.

Il soggetto della conversazione è una bambola, per lei il figlio, che culla dolcemente tra le sue braccia.

Ecco la conversazione

G: “Buonasera!”

A:” Buonasera”

G:” è stanco?”

A:“ è stanco si”

G: ”posso accarezzarlo?”

A:” certo”

G:” quanto c’ha?”

A: “appena…poco. Sarà due mesi che è a casa”

G:” come si chiama?”

A:” Alessandro”

G:” piange tanto?”

A:” no, piange niente”

G:” è’ buono?”

A:” si”

G:” quindi la fa dormire la notte eh?”

A:” sisi”

G:” sta dormendo?”

A:” per finta”

G:” per finta?”

A:” si”

G:” ah, finge di dormire ma è sveglio?”

A:” comunque è bravo”

G:” cosa mangia?”

A:” omogeneizzati”

G:” latte?”

A:” qualcosa di quello che ti viene di dargli un bacione, stringerlo”

G:” quanti anni ha detto che ha Alessandro?”

A:” mi sembra 40. Mi sembra di si, che è lui”.

Dove nasce la Doll Therapy?

La “doll therapy” nasce in Svezia alla fine degli anni ‘90 su invenzione della psicoterapeuta Britt Marie Egedius Jakobsson, ideata a suo tempo per il figlio autistico.

Tradotto dall’inglese doll therapy significa terapia della bambola.

Una bambola è comunemente un gioco, ma può diventare una terapia non farmacologica.

La persona “torna” nel passato, in un momento bello della sua vita, dove si prende cura del figlio e si riconosce nel ruolo di madre, con l’obiettivo di gestire lo stress, placare i disturbi comportamentali, stimolare la memoria e favorire le relazioni.

E’ una terapia utilizzata con persone con le tipiche malattie dell’età avanzata, ma non solo.

Queste bambole, conosciute con il nome di “Empathy doll”,   hanno le sembianze di un neonato in carne ed ossa con degli occhi molto grandi.

Le persone affette da Alzheimer cercano in questi occhi così profondi, gli occhi del proprio figlio.

Alcuni studi condotti hanno dimostrato come questa terapia può determinare effetti postivi soprattutto sui sintomi non- cognitivi, quindi i disturbi comportamentali della malattia, favorendo la relazione d’aiuto.

Tuttavia non deve essere considerata una terapia sostitutiva, ma un valido strumento per migliorare il benessere della persona.

Concludo con questa frase di Marcello Marchesi:” E’ sbagliato raccontare le favole ai bambini per ingannarli, bisogna raccontarle ai grandi per consolarli”.

APPROFONDIMENTI

Se ti sei perso il mio ultimo articolo dal titolo: “L’OSS e la passione per il lavoro: un’eccezione?” puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link:

https://www.simonepiga.it/loss-e-la-passione-per-il-lavoro-uneccezione/

Se ti sei perso il mio primo articolo dal titolo: “Il mio esame da OSS”, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/il-mio-esame-da-oss-di-giulia-billia/

Se ti sei perso l’articolo dal titolo: “Il tirocinio dell’OSS. La paura di chiedere e dire di no, puoi ancora leggerlo cliccando sul seguente link: https://www.simonepiga.it/1364-2/

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CONCLUSIONI

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Grazie.

Giulia Billi OSS